Wednesday, June 1, 2011

Oliver Nelson - The Blues and The Abstract Truth


Oliver Nelson had recorded several sessions for Prestige when the fledgling Impulse! label gave him the opportunity to make this septet date in 1961. The result was a rare marriage between an arranger-composer's conception and the ideal collection of musicians to execute it. The material is all based somehow on the blues, but Nelson's structural and harmonic extensions make it highly varied, suggesting ballads, hoedowns, and swing. The band is one of those groupings that seem only to have been possible around 1960, a roster so strong that the leader's name was actually listed fourth on the cover. Nelson shares the solo space with trumpeter Freddie Hubbard, alto saxophonist and flutist Eric Dolphy, and pianist Bill Evans, while bassist Paul Chambers and drummer Roy Haynes contribute support and baritone saxophonist George Barrow adds depth. In stark contrast to Dolphy's brilliant, convulsive explosions, Nelson's tenor solos are intriguingly minimalist, emphasizing a tight vibrato and unusual note choices. It's not quite Kind of Blue (nothing is), but Blues and the Abstract Truth is an essential recording, one that helped define the shape of jazz in the '60s. --Stuart Broomer

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6 comments:

hjulien said...

Thanks a lot for this masterpiece!

Gabriele Gatto said...

Ecco un disco che mi ha sempre lasciato freddo. Formalmente perfetto, trovo che manchi tanto di cuore...

Jizzrelics said...

che giuoia averti qui!

a me sembra così rarefatto e minimalista nel fraseggio, con tessiture in filigrana, che costituisce un po' un'antitesi rispetto a tanti altri lavori dell'epoca. gli assoli sono tutti così calibrati... per non parlare di dolphy al flauto.

cerca di leggerlo meno come un esercizio di stile e più come un lavoro di levigatura.

;)

Gabriele Gatto said...

Uhm, potrebbe essere....
E' che in effetti, per esempio di uno come Dolphy adoro lo stile dirompente (anche sul flauto) come in Olè Coltrane (la title track...) o in Live a Cornell di Mingus o ancora nello strepitoso funambolismo di Illinois Concert. Qui riesco ad apprezzarlo un po' meno, così come non mi hanno mai scaldato il cuore le architetture di tutto il disco. Ora però vado a riascoltarmelo...ci riaggiorneremo!

Gabriele Gatto said...

Ok, riascoltato tre volte...non so, non riesco ad entrarci dentro. Non che non ami la calligrafia nel jazz, anzi, e d'altronde fra i miei lavori preferiti ci sono Somethin' else di Adderley e Volume II di Lee Morgan che sono due dischi che più calligrafici non si può, però sinceramente questo mi continua a lasciare un po' freddo. Perfino Bill Evans, che io di solito adoro come tessitore di trame e ritengo sia il più grande armonista del jazz qui mi sembra quasi rinunciare alla propria personalità in nome di una forma fin troppo perfetta. Dolphy è l'arma in più, certo (e l'assolo di flauto in Stolen moments per me è il momento più bello di tutto l'album), però, anche qui, mi sembra un po' sacrificato. E' un po' come avere una Pagani Zonda e farla viaggiare solo in seconda...
Comunque, riascolterò nuovamente!

Jizzrelics said...

può darsi può darsi... m'è piaciuto il paragone con la supercar :)